“Questa operazione è piuttosto diffusa, e i risultati che si ottengono sono da ritenersi certamente favorevoli. Purtroppo però l’evoluzione del decorso post intervento e l’osservazione dell’andamento del paziente, sono registrati presso i singoli centri, come esperienze isolate, generando risultati parziali su questa procedura”, spiega il Dr. Butera, precisando anche che “è importante avere un Registro, un database, che possa definire a livello nazionale l’entità e l’importanza dell’intervento di chiusura del Forame Ovale Pervio, su numeri molto alti, per poter valutare a distanza (da uno a cinque anni) gli esiti della procedura”.
Il progetto sarà avviato nel corso di questo mese con la raccolta dei dati, una sorta di censimento degli interventi svolti su tutto il territorio nazionale da Novembre 2007 fino a Novembre del prossimo anno. Al singolo paziente non sarà chiesto niente di diverso rispetto alla normale procedura, infatti, l’importanza del risultato è data dall’andamento clinico generale. In questo modo gli ospedali e i medici stessi avranno un quadro complessivo sull’entità di questa pratica, potendo anche quantificare il problema e valutare l’efficacia delle terapie stesse e delle diagnosi iniziali.
Non esiste oggi un altro progetto all’estero di questo tipo, ma solo tante isolate realtà basate quindi su numeri bassi non del tutto sufficienti a dimostrare la validità ed efficacia dell’intervento di chiusura per via percutanea.
In Italia si utilizzano già i Registri Nazionali in diversi ambiti medici, promossi e finanziati anche dal Ministero della Salute. Per quanto riguarda le malattie cardiopatiche congenite è interessante riportare l’esperienza del progetto VASSACC (Valutazione Socio Sanitaria dell’Assistenza dell’Adulto con Cardiopatia Congenita) dove è prevista la creazione di un sistema di archiviazione di dati informativi e clinici sui pazienti, di semplice elaborazione e consultazione per studi sulle cardiopatie. Il database che raccoglie i le informazioni è interno in ogni Unità Operativa e a disposizione di tutti i centri (Registro Nazionale), costituito dai dati diagnostico-strumentali dei pazienti con cardiopatie congenite, così da standardizzare l'assistenza in tali pazienti e migliorare anche le conoscenze mediche.leggi tutto
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domenica 6 dicembre 2009
mercoledì 22 luglio 2009
forame ovale pervio:è meglio chiuderlo?
Chiusura del forame ovale pervio: rischi maggiori dei benefici
Un intervento di chiusura del forame ovale pervio identificato accidentalmente in pazienti sottoposti a chirurgia cardiotoracica potrebbe comportare un aumento del rischio di ictus. Ad affermarlo è una ricerca pubblicata sulla rivista Journal of the American Medical Association. Continua a leggere questa notizia
Il forame ovale pervio è un difetto che interessa circa un quarto degli individui alla nascita e il suo intervento di chiusura è da tempo al centro di un forte dibattito in ambito medico anche a causa delle limitate evidenze scientifiche relative ai benefici e ai rischi legati alla chirurgia, sostiene l’autore principale della ricerca Richard Krasuski della Cleveland Clinic statunitense. Per fornire una valida risposta alla questione, Krasuski e i colleghi hanno preso in esame un campione di 13.092 pazienti sottoposti a intervento di cardiochirurgia e senza una precedente diagnosi di forame ovale pervio. L’ecocardiografia transesofagea perioperatoria ha rivelato la presenza di forame ovale pervio nel 17% dei pazienti e il 28% di essi è stato sottoposto a un intervento di riparazione chirurgica, affermano gli autori. Analizzando gli esiti clinici a lungo termine, i ricercatori hanno verificato che i pazienti sottoposti a intervento di chiusura del forame ovale pervio andavano incontro a un’incidenza di ictus ischemici 2,7 volte superiore rispetto ai pazienti non sottoposti a intervento (2,8% vs 1,2%). Il tasso di sopravvivenza a dieci anni dei due gruppi di pazienti sembrava essere simile, affermano i ricercatori, e ulteriori studi sono necessari ad avvalorare questa ipotesi. “Tuttavia i nostri risultati mostrano che nel caso di pazienti che non hanno sofferto di eventi neurologici in passato, i chirurghi dovrebbero riflettere due volte sulla possibilità di effettuare un intervento di chiusura del forame ovale pervio a causa del potenziale rischio di eventi avversi a lungo termine”, conclude Richard Krasuski.
Fonte: Krasuski RA et al. Prevalence and repair of intraoperatively diagnosed patent foramen ovale and association with perioperative outcomes and long-term survival. JAMA 2009; 302:290-97.
stefano massarelliKrasuski RA et al. Prevalence and repair of intraoperatively diagnosed patent foramen ovale and association with perioperative outcomes and long-term survival. JAMA 2009; 302:290-97.
Un intervento di chiusura del forame ovale pervio identificato accidentalmente in pazienti sottoposti a chirurgia cardiotoracica potrebbe comportare un aumento del rischio di ictus. Ad affermarlo è una ricerca pubblicata sulla rivista Journal of the American Medical Association. Continua a leggere questa notizia
Il forame ovale pervio è un difetto che interessa circa un quarto degli individui alla nascita e il suo intervento di chiusura è da tempo al centro di un forte dibattito in ambito medico anche a causa delle limitate evidenze scientifiche relative ai benefici e ai rischi legati alla chirurgia, sostiene l’autore principale della ricerca Richard Krasuski della Cleveland Clinic statunitense. Per fornire una valida risposta alla questione, Krasuski e i colleghi hanno preso in esame un campione di 13.092 pazienti sottoposti a intervento di cardiochirurgia e senza una precedente diagnosi di forame ovale pervio. L’ecocardiografia transesofagea perioperatoria ha rivelato la presenza di forame ovale pervio nel 17% dei pazienti e il 28% di essi è stato sottoposto a un intervento di riparazione chirurgica, affermano gli autori. Analizzando gli esiti clinici a lungo termine, i ricercatori hanno verificato che i pazienti sottoposti a intervento di chiusura del forame ovale pervio andavano incontro a un’incidenza di ictus ischemici 2,7 volte superiore rispetto ai pazienti non sottoposti a intervento (2,8% vs 1,2%). Il tasso di sopravvivenza a dieci anni dei due gruppi di pazienti sembrava essere simile, affermano i ricercatori, e ulteriori studi sono necessari ad avvalorare questa ipotesi. “Tuttavia i nostri risultati mostrano che nel caso di pazienti che non hanno sofferto di eventi neurologici in passato, i chirurghi dovrebbero riflettere due volte sulla possibilità di effettuare un intervento di chiusura del forame ovale pervio a causa del potenziale rischio di eventi avversi a lungo termine”, conclude Richard Krasuski.
Fonte: Krasuski RA et al. Prevalence and repair of intraoperatively diagnosed patent foramen ovale and association with perioperative outcomes and long-term survival. JAMA 2009; 302:290-97.
stefano massarelliKrasuski RA et al. Prevalence and repair of intraoperatively diagnosed patent foramen ovale and association with perioperative outcomes and long-term survival. JAMA 2009; 302:290-97.
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